LO STRAPOTERE DEI PARTITI E DEI SINDACATI.. POTERE ISTITUZIONALE COSTRUITO CON SOLDI PUBBLICI SENZA REGOLE E TRASPARENZA.. FERMIAMOLI!! LEGGI E FIRMA LA NOSTRA PETIZIONE ONLINE

I PARTITI E I SINDACATI VIVONO NON DI PANE PROPRIO MA GRAZIE A MILIONI DI EURO DI CONTRIBUTI PUBBLICI. QUESTI SOLDI VENGONO GESTITI SENZA REGOLE ESENZA TRASPARENZA.. LA PETIZIONE CHE HO LANCIATO PREVEDE INVECE UN CODICE ETICO CON NUOVE REGOLE.. SE VUOI ENTRA NEL LINK CHE SOTTO HO RIVERSATO PER VEDERE IL CONTENUTO DELLA PETIZIONE E SE LO TROVERAI AFFINE AI TUOI IDEALI LO PUOI CONDIVIDERE . PUOI ANCHE TRAMITE FACEBOOK A TUO NOME INFORMARE I TUOI AMICI ONLINE.. VEDI TU..!!

  

 

CARO AMICO/A   

Ho lanciato una petizione che riguarda i partiti e i sindacati.  La petizione prevede di
 
inserire nei statuti dei medesimi un codice etico con regole di trasparenza certe.
 
Questa  semplice petizione laritengo importante per far conoscere alla
 
pubblica opinione l’attuale status quo e nel contempo sensibilizzare la
 
medesima che se si vuole veramente si può cambiare per arrivare
 
all’interesse collettivo. Alla fine vuole essere anche e soprattutto  un
 
invito ai partiti e ai sindacati per ritornare a lavorare nella legalità, nella
 
democrazia, nella trasparenza  senza privilegi di casta  usando i
 
contributi pubblici correttamente.  

BASTA 
DARE  CONTRIBUTI PUBBLICI SIA AI PARTITI CHE AI SINDACATI 
.. SENZA CONTROLLI E TRASPARENZA.. CON I NOSTRI SOLDI , LORO,  
SONO DIVENTATI RICCHI ..

 LA CONOSCENZA E’ IMPORTANTE


Per saperne di più poi entrare anche nei miei blog sociali senza scopo di lucro 

e ti invito a visionare i vari video che qui sotto riverso.

Grazie.

Gabriele Cervi

(Blogger senza scopo di lucro)


DIGITA IL MIO PRIMO BLOG QUI SOTTO:
http://cgilcislulpetizione.myblog.it/

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BUONA LETTURA.. NELLA SPERANZA CHE SI POSSANO FORMARE NUOVE COSCIENZE. GRAZIE.

 

 PETIZIONE ONLINE RIVOLTA AL PARLAMENTO ITALIANO

e.p.c. AL PARLAMENTO EUROPEO

Lanciata da

GABRIELE CERVI

Cremona, Italy

 Sottoscriviamo  questa petizione per sottoporre alcune proposte innovative e riformatrici che se accolte dal Parlamento,  potranno dare un impulso etico e di trasparenza all’attuale status politico e sindacale del paese.

Per dare sostanza alle nostre proposte, abbiamo fondato un gruppo online usando il socialnetwork Facebook dove possiamo interagire con tanti amici online.
Il gruppo non ha scopo di lucro, è aperto a tutti ed è traversale .

Al gruppo hanno dato la loro adesione: politici, scrittori, filosofi,psicologi, giornalisti, dottori e gente comune.
Dopo questa dovuta presentazione siamo onorati di sottoporre al Parlamento. alcune proposte che abbiamo raggruppato in un vero e proprio codice etico. Ecco quindi l’esigenza in primis di affrontare all’interno dei medesimi alcuni correttivi.
I punti che abbiamo individuato sono i seguenti:


CODICE ETICO COME INTEGRAZIONE ALLO STATUTO DEI PARTITI E DEI SINDACATI

 Con questa petizione al Parlamento

chiediamo

L’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione con una legge ordinaria che preveda la responsabilità dei partiti di fronte alla legge e ne sanzioni le violazioni, restituisca il ruolo di protagonisti ai cittadini, garantisca il controllo della correttezza e della trasparenza della vita interna dei partiti.

Responsabilità penale e civile dei segretari politici e dei tesorieri e decadenza automatica dagli incarichi per violazione degli Statuti e delle leggi dello Stato

Registrazione degli Statuti presso le Corte di Appello del distretto, contenenti il vincolo di un numero congruo di iscritti, garanzie di trasparenza della vita interna e dei diritti delle minoranze;
Elezioni primarie tra i cittadini per la selezione delle candidature;
il taglio drastico delle spese e dei costi collegati al sistema dei partiti attraverso :

riduzione dei privilegi dei Parlamentari
 e dei Consiglieri Regionali. In particolare dovrà prevedersi il ridimensionamento delle retribuzioni e del trattamento previdenziale degli eletti e la forte riduzione delle assegnazioni di auto di servizio. Inoltre, per evitare una sclerosi del ceto politico, dovrà prevedersi l’introduzione del limite massimo di due mandati per qualsiasi carica istituzionale e lo svolgimento di elezioni primarie regolamentate per tutti i livelli istituzionali;
riduzione del numero dei Ministeri e dei componenti del Governo nazionale;
riduzione del numero dei componenti del Parlamento, dei Consigli Regionali e Comunali di almeno 1/3 ;
abolizione delle Province ad eccezione di quelle ricadenti nelle aree metropolitane ;
abolizione delle comunità montane prevedendo e favorendo delle unioni di comuni nelle aree interessate ;
abolizione dei Consigli Circoscrizionali nei comuni con popolazione inferiore a 200.000 abitanti, prevedendo forme e modalità di partecipazione popolare sul territorio ;
taglio drastico delle società e degli enti inutili Statali, Regionali e degli Enti locali. Trasformazione di quelli rimanenti in semplici unità amministrative cui dovrà essere preposto un dirigente pubblico ;
riduzione delle consulenze conferite dalla Pubblica Amministrazione di almeno la metà.

I Deputati, i Consiglieri Regionali, gli Assessori Regionali e Provinciali non possono avere doppi incarichi e non possono fare un doppio lavoro. Una volta eletti fino alla fine del proprio mandato non possono lavorare come: liberi professionisti, coloro i quali lavorano alle dipendenze sono obbligati a mettersi in aspettativa. 


Attualmente lo statuto dei partiti ( e dei sindacati ) non prevede di rendere pubblico il proprio bilancio. Proposta: noi riteniamo che sia necessario invece che queste importanti istituzioni che fruiscono tra l’altro di contributi pubblici pubblicare i propri bilanci ONLINE con controlli esterni della corte dei conti

 I revisori dei conti non devono essere eletti solo all’interno dei partiti ma almeno la maggioranza deve essere espressione della società civile esterna. Deve essere garantita la democrazia interna nei partiti i probiviri sono attualmente eletti fra gli iscritti,
 La nostra proposta invece prevede che i probiviri siano esterni al partito
 Attualmente i candidati alle elezioni sono scelti per la maggior parte dalle segreterie dei partiti
 La nostra proposta invece prevede che i candidati siano scelti dalla base pura degli iscritti
 Attualmente vengono candidati anche persone che hanno pendenze penali in corso
 La nostra proposta è la non eleggibilità (e quindi la non candidatura) di tutti coloro i quali hanno pendenze in corso e la fedina penale e civile sporca

Erogare rimborsi elettorali pubblici ai partiti e AI SINDACATI   e dati per le spese effettivamente sostenute con l’obbligo di produrre pezze giustificative: bolle, fatture, scontrini ecc. anche online. Per ridurre i costi della politica proponiamo che il finanziamento ai giornali di partito, dei sindacati e di tutte le testate (cooperative conprese) che fruiscono di contributi pubblici sia dato per l’effettiva  vendita dei giornali riscontrabile dagli abbonamenti e vendite effettive con pubblicazione online  dei bilanci e delle spese effettive riversando copie delle fatture e delle pezze giustificative. Con controllo esterno da parte della Corte dei Conti.

Rivedere e drasticamente ridurre  i contributi pubblici dati ai Caf,  Patronatie alle varie fondazioni per compilare i vari modellli sindacali, 730- imu- ecc. Rendere online tutte le spese effettive delle ONLUS che fruiscono di contributi pubblici.

 Questi sono alcuni punti che noi riteniamo importanti proposte indirizzate a tutti coloro i quali sperano ancora nella Democrazia non di facciata ma reale basata non sulle oligarchie di regime partitocratrico ma su un vero stato di diritto.

In questi decenni i partiti hanno creato una distanza fra loro e i propri elettori, questa distanza riguarda la societa’ civile . I partiti purtroppo rappresentano solo se stessi e i loro interessi di bottega.
Hanno suddiviso il paese in caste e lobby… dimenticando il bene collettivo.
Troppi privilegi, e la non trasparenza hanno fatto si che la gente ormai sfiduciata , amareggiata, e disillusa non creda più allo stato di diritto, ma sempre più a uno stato fondato da furbi, ladri e disonesti.
Noi non vogliamo che ciò sia il nostro ma soprattutto il destino dei nostri figli e delle nuove generazioni..
Noi già abbiamo pagato un pesantissimo prezzo in nome di ideali ormai morti ed oggi utili solo alla partitocrazia che li usa per perpetuarsi.
 
Per il gruppo
Gabriele Cervi
GRUPPO FACEBOOK
RIFORMA DEI PARTITI E DEI SINDACATI. CODICE ETICO

ENTRA NEL MIO BLOG SOCIALE: PETIZIONE

I PARTITI E I SINDACATI SONO COMITATI D’AFFARI, OPERANO FUORI DALLA LEGGE.

MA NONOSTANTE CIO’ SI ARROGANO IL DIRITTO DI PROMUOVERE LEGGI IN PARLAMENTO… IL PESCE PUZZA SEMPRE DALLA TESTA….

GABRIELE CERVI

Fondatore su facebook Gruppo: Riformiamo i Partiti e i Sindacati

BLOG: http://riformiamoipartitieisindacati.myblog.it/

·                                 GRUPPO SU FACEBOOK: https://www.facebook.com/groups/cervi/RIFORMA DEI PARTITI E DEI SINDACATI. CODICE ETICO

 INVITIAMO I SINDACATI: CGIL, CISL E UIL A COSTITUIRE UN FONDO DI SOLIDARIETA' PER AIUTARE GLI ESODATI, I CASSAINTEGRATI

  COSA HA DETTO FERDINANDO IMPOSIMATO ISCRITTO AL   GRUPPO SU FACEBOOK :  RIFORMA DEI  PARTITI E DEI SINDACATI ED UNO DEGLI  AMMINISTRATORI DEL MEDESIMO. Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione

 Ferdinando Imposimato 8 gennaio Presidente  Monti , la prima legge da cambiare non è la legge elettorale ma la legge sui rimborsi delle spese elettorali, che deve essere abrogata . Finora è servita ad alimentare la corruzione dei leaders di alcuni partiti. Sandro Pertini , presidente della camera,nel 1974 rifiutò di firmare l’aumento delle indennità parlamentari, dicendo: >. I presidenti successivi hanno aumentato i rimborsi elettorali del 1110 %. Tutti dicono che bisogna cambiare la legge elettorale. Nessuno vuole cambiare la legge sui rimborsi elettorali, vera vergogna della politica! In Francia le due assemblee costano meno di un terzo delle nostre! Ferdinando Imposimato 6 gennaio bisogna arginare lo scandalo dei milioni dati ai partiti sperperati per fini privati, ma non sarà certo il partito dell’ex magistrato Antonio Di Pietro a porre rimedio, come emerge dal libro i soldi di partiti di Elio Veltri e Francesco Paola e dai servizi TV di Gabanelli che attendono una risposta .  

    1. Ferdinando Imposimato 8 gennaio cari cittadini, manca nei programmi di molti partiti l’abolizione delle vergognose spese elettorali. Quelli che fingono di essere contrari, li riceveranno lo stesso e ne faranno ciò che vogliono , a scapito dei cittadini, senza alcun controllo esterno da parte della Corte dei Conti.  
    2. Ferdinando Imposimato 8 gennaio vogliamo avere accesso ai bilanci dei partiti e conoscere quale è stata la destinazione dei milioni di euro incassati dai partiti; i referendum sono dei trucchi che non ingannano più nessuno.

 Ferdinando Imposimato 9 gennaio Cari amici, bisogna chiedere ai segretari dei vari partiti, a cominciare da Antonio Di Pietro, di farci sapere quanto è rimasto delle decine di milioni destinati dalla legge al rimborso delle spese elettorali: a me risulta, da documenti ufficiali, che sono residuate decine di milioni per ciascun partito, che non essendo stati spesi , dovrebbero tornare allo Stato e tramite questo ai lavoratori e disoccupati; basterebbe una semplice leggina.

 Ferdinando Imposimato

Cari amici , il primo dovere del Presidente della Repubbblica è di sollecitare l’introduzione di controlli sui bilanci degli Organi parlamentari e costituzionali
È inaccettabile la perdurante assenza di controlli e di giurisdizione sugli organi costituzionali e parlamentari. La impenetrabilità degli organi costituzionali ( Corte Costituzionale e Quirinale ) e parlamentari ( Camera dei deputati e Senato ) comporta che essi decidano ad libitum aumenti di indennità a proprio favore con un chiaro conflitto di interessi e senza il rispetto dell’art 53 della Costituzione, secondo cui « tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva ». Questa regola vale anche per gli Organi Costituzionali, compreso Quirinale, Camere e Consulta.
Tale impenetrabilità e assenza di controlli non è giustificabile e non è valida nell’attuale ordinamento costituzionale che si ispira a principi di un equilibrato bilanciamento di tutte le funzioni e le attribuzioni fra i vari organi della Repubblica, cui spetta l’esercizio delle diverse funzioni nello specifico ambito di competenza.
Sicché è accaduto spesso che, all’insaputa dei cittadini e contro i principi di equità sociale, quegli organi hanno aumentato a dismisura i propri privilegi economici.
Un freno a questi abusi venne posto nel 1974, a titolo personale, dal Presidente della Camera dei deputati, Sandro Pertini. Questi chiamato a firmare un decreto che aumentava le indennità dei parlamentari, si oppose minacciando le dimissioni e deplorando l’iniziativa. Egli disse, sdegnato: «Ma come, in un momento di grave come questo, quando il padre di famiglia torna a casa con la paga decurtata dall’inflazione.. voi date questo esempio d’insensibilità? Io deploro l’iniziativa. Io con queste mani, non firmo »

 EDITORIALE DI

 Gabriele Cervi

(Blogger senza scopo di lucro)

 UN DINOSAURO COME PRESIDENTE

ORA LARGO AI GIOVANI E AL RINNOVAMENTO

 La elezione alla massima autorità dello stato, che vede la rielezione del Senatore a vita Napolitano a Presidente della Repubblica  è un sintomo che la crisi politica italiana è profonda e forse irreversibile…

Nulla da dire sulla figura di Napolitano, che tra l’altro nel suo discorso di insediamento ha strigliato gli stessi partiti che lo hanno pregato a ricandidarsi.

I partiti si sono resi colpevoli, latitanti e irresponsabili davanti ad una gravissima crisi economica, politico-istitituzionale del paese.

Il Pd ha pagato e sta pagando una classe dirigente frastagliata e formata da vecchi oligarchi di cui il proprio (ormai ex segretario) Bersani ha perpetuato l’azione inficiando il rinnovamento interno. Ora si spera che nel prossimo congresso prevalga il vero rinnovamento.. spazzando una volta per tutte le vecchie oligarchie.. che tanto danno hanno fatto al partito ma anche al paese.. Nel Pdl  vince il solito Berlusconi.. grazie soprattutto ad un Pd ingessato e conservatore. La lega si sta leccando le ferite  causate da una malagestione interna ed esterna. Il movimento 5 stelle è stato coerente con le proprie idee di rinnovamento e credo che avrà modo, strada facendo ,di dare un contributo fondamentale per le riforme istituzionali di cui tanto ha bisogno il nostro paese.

Per voltare definitivamente pagina, bisognerà appunto riformare i partiti al proprio interno, dando ai medesimi un codice etico che dovrà portare democrazia interna e trasparenza. Personalmente non sono contro i contributi pubblici ai partiti.. 

Onorevoli, Prada e le Coop: i 40 milioni dei “privati” ai partiti

Il bottino dei tecnici, l’assegno speranza per le candidature, il sostegno delle imprese. Aspettando la manna dei rimborsi elettorali

  
 
I rimborsi ai partiti esistono ancora, anche se Enrico Letta vuole tagliare e controllare. Non vi preoccupate: a luglio sarà staccato il primo assegno per la prima rata a chi l’ha chiesto: tutti, tranne il Movimento Cinque Stelle. La torta di 91 milioni – tra spese per la campagna elettorale e finanziamenti ai gruppi – sarà divisa per porzioni più grosse. La legge prevede che al sostegno pubblico si affianchi il contributo privato: vanno dichiarate le donazioni oltre i 4.999 euro. In queste pagine troverete un resoconto – nome per nome e cifra per cifra – dei 40 milioni di euro versati ai partiti per le ultime votazioni. Non manca nessuno. Tranne, ancora, il M5S che ha organizzato lo Tsunami di Grillo con sottoscrizioni di poche decine di euro ciascuna.

 IL 27 APRILE è scaduto il termine per presentare la rendicontazione delle spese, all’appello mancano Scelta Civica, Pdl e Pd. La Lega Nord, visti i trascorsi dell’ex tesoriere Belsito, ha inviato quattro faldoni da migliaia di pagine. Queste spese saranno pubbliche quando verranno convalidate da un comitato nominato all’interno della Corte dei Conti. Ma prima di mostrare le carte, gli stessi di Scelta Civica, Pdl e Pd hanno chiesto di avere la parte spettante dei 91 milioni.

PER ADESSO, potete divertirvi a capire come Mario Monti sia riuscito a raccogliere oltre 2 milioni di euro profittando di imprenditori-candidati e di tecnici generosi come Enrico Bondi. Vi abbiamo risparmiato l’elenco dei deputati e senatori che versano una quota al partito (spesso detratta dall’indennità), fissata in circa 9.600 euro per il Pdl e quasi il doppio per il Pd: conviene, perché la somma procura un beneficio per l’Irpef con sconti sino al 19%. Ma un giovane candidato, che non dispone di questi soldi, come fa? Viene inserito lo stesso nei listini bloccati grazie al Porcellum?

In attesa di una risposta, si può dire che ci sono bonifici curiosi, come quelli che puntuali arrivano dall’imprenditore Alfredo Romeo, che sostiene il democratico ex dalemiano Nicola Latorre. La frangia democristiana del Pd dovrà ricordarsi, quando sarà – se sarà – il momento di una scissione, che gli ex comunisti nelle regioni rosse garantiscono liquidità con l’apporto di decine e decine di cooperative. Non fosse per una grande azienda di Bologna – e dove, sennò? – e per un gioiello di Prada, il Pd dovrebbe sperare nei lauti rimborsi per sopravvivere ai bilanci prima che all’avvento di Renzi. Le solite imprese di costruzioni partecipano al carico elettorale per la propaganda: perché lo fanno? Simpatia o cosa? Vanno incrociate le sigle per interpretare il grande aiuto che riceve sempre l’Udc di Pier Ferdinando Casini, seppur ormai estinta.

E FA SORRIDERE il ricco Pdl del ricco Cavaliere che conquista ossigeno finanziario con i 5 milioni degli ex di Alleanza Nazionale. E cosa dire del povero Antonio Di Pietro, escluso da tutto e da tutti, che si svena per la Rivoluzione Civile di Ingroia? Avranno ragione i pionieri Gianpiero Samorì e Alfonso Luigi Marra che se la cantano e se la suonano, si pagano l’esperienza elettorale e salutano senza lasciare traccia. Come Umberto Bossi, che non dà un euro al Carroccio guidato da Maroni.

 

Soldi all’editoria: a chi vanno

COME PIU’ VOLTE HO DICHIARATO, IO NON SONO CONTRARIO AL CONTRIBUTO PUBBLICO DATO SIA AI QUOTIDIANI DI PARTITO CHE ALLE COOPERTIVE.. (QUESTO PUNTO E’ CITATO NELLA PETIZIONE CHE QUI ALLEGGO PER RIFORMARE I PARTITI E I SINDACATI). QUELLO CHE  A ME INTERESSA  E’ L’USO CORRETTO DEI CONTRIBUTI CHE DEVE ESSERE DATO PREVIO CONTROLLO PUBBLICO E SU BASE DELLE EFFETTIVE VENDITE. IL PAESE NON SI PUO’ PIU’ PERMETTERE DI BUTTARE VIA SOLDI PUBBLICI PER FORAGGIARE PESONAGGI OLITICI E I LORO FEUDI ELETTORALI.

GABRIELE CERVI

Soldi all’editoria: a chi vanno

di Walter D’Amario

I contributi indiretti (ad esempio: quelli che prendeva anche ‘l’Espresso’) sono già stati aboliti, anche se nessuno lo dice. Restano 67 milioni di euro dati ai giornali di partito, a quelli religiosi e alle cooperative

«Abolire il finanziamento pubblico ai giornali» è una delle priorità del Movimento 5 stelle. Sostiene Grillo che senza il contributo pubblico i giornali verrebbero spazzati via. Ma le cose, stanno realmente così?

Nella loro forma diretta ormai riguardano solo queste tipologie di giornali: i giornali organi dei partiti politici, quelli delle cooperative di giornalisti, quelli delle minoranze linguistiche, quelli per le comunità italiane all’estero, più quelli pubblicate da ‘enti morali’, di solito di tipo religioso. 

Il loro elenco è sul sito del Governo, nelle pagine del Dipartimento per l’editoria: ci sono ad esempio ‘il Foglio’ e ‘il Romanista’, ‘La Voce di Mantova’ e ‘Buonasera Campania’, ‘America Oggi’ e il ciellino ‘Trenta Giorni’, ‘La Padania’, ‘l’Unità’, ‘Europa’ (Pd ex Margherita) ma anche ‘Motocross’, ‘il Salvagente’, ‘Nuova Ecologia’, ‘Cristiano Sociali News’, ‘Dolomiten’, ‘Civiltà cattolica’, ‘Famiglia Cristiana’ e ‘Ecce Mater Tua’, a cui si accoda religiosamente ‘Buddismo e Società’.

LA VIDEOINCHIESTA

La maggioranza dei quotidiani italiani, che rappresentano il 90 per cento del totale delle copie diffuse in Italia, non riceve contributi diretti e sono tutti gli altri. Tra cui ‘l’Espresso’ 

Quanto ai contributi indiretti – sotto forma di agevolazioni telefoniche, spedizioni postali, rimborsi per la carta o spedizione degli abbonamenti sono invece del tutto cessati dal marzo del 2010: quindi non esistono più.

Quando Grillo quindi chiede a voce alta «l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali» dovrebbe sapere che chiede una cosa già avvenuta per quasi tutte le testate: solo il 10 per cento delle copie diffuse, attualmente percepisce un contributo pubblico. 

Il contributo diretto stimato per l’anno prossimo è sui 67 milioni di euro.

Sono un po’ cambiati anche i criteri di questo finanziamento residuo, oggi correlati agli effettivi livelli di vendita e di occupazione professionale e con incentivi per il passaggio all’on line.

Ovviamente, si può essere contro ogni forma di finanziamento all’informazione oppure pensare a un sistema francese (una sorta di tassa su Google che va a finanziare i progetti editoriali innovativi, senza pesare sul contribuente). Ma è abbastanza importante sapere che qualora gli attuali contributi all’editoria fossero eliminati questa decisione non impatterebbe in alcun modo sul 90 per cento dei giornali oggi in edicola.

L ‘ALTRA CASTA

di Stefano Livadiotti

Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti 

Non trattiamo con la calcolatrice… Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d’Italia non è l’unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l’annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c’è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più.

Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev’essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l’approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. “E’ antisindacale”, tuonò con involontario umorismo l’ex capo cislino Sergio D’Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura. “E’ il sindacato che detta tempi e modalità”, titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale ‘Sole 24 Ore’, all’indomani dell’accordo sullo scalone pensionistico. 

Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. “Il giro d’affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire”, sparò nell’ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, “e il nostro è un calcolo al ribasso”. Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d’Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant’altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell’ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.

Il sostituto d’incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil (“I tre porcellini”, come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D’Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l’1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all’anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell’Inps, parla di almeno un miliardo l’anno. Secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell’esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s’intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l’Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l’ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato prere contrario. E l’emendamento è colato a picco.

Lo strapotere dei Caf
I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli enti previdenziali. Solo l’Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci. Anche in questo caso, secondo i conti che ‘L’espresso’ ha potuto esaminare, la fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme un’altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo. Nel 2005, sotto l’incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea ha inviato all’Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull’argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto. 

Intoccabili patronati
Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati, le strutture (quelle convenzionate con l’Inps sono 25) che assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall’Africa al Nordamerica passando per l’Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente anche nell’indirizzare il voto degli italiani all’estero. Nel 2000 i radicali hanno lanciato l’ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l’armata berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale. I patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: “Con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni”, sostiene Cazzola. Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per l’ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l’assegno le ha sempre curate l’amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo l’Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, l’Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l’Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l’Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro.

Il casoLa Casta rivuole i suoi soldi

Con un tempismo perfetto e al grido di ‘Ridateci gli stipendi tagliati ingiustamente’ un gruppo di consiglieri pugliesi ha chiesto la restituzione delle somme decurtate nella scorsa legislatura: una cifra che si aggira intorno ai cinque milioni di euro

, spiega come non arrendersi al sondino di Stato

 Forza lavoro gratuita

E’ quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché, i premi di produttività e i buoni pasto. Oggi i dipendenti statali dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell’intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no.

Business formazione
Dall’Europa piove ogni anno sull’Italia circa un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700 milioni dell’ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s’è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l’osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil.

Casa mia, casa mia
L’assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull’immenso patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell’epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria. “Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma”, afferma l’amministratore della Cgil, “deve trattarsi di una cifra davvero impressionante”. La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l’unica che ha concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro.

Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. “Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti”, ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.

Fini, D’Alema e Di Pietro: ecco i pensionati d’oro

Trombati sì, ma su una montagna d’oro. Mentre da una parte lo Stato tira per il collo le piccole e medie imprese e se ne infischia di saldare i debiti contratti con artigiani e aziende, dall’altra si affretta a versare liquidazioni a sei zeri agli ex onorevoli che alle ultime elezioni sono stati buttati fuori dal parlamento.

 

E, mentre decine di migliaia di esodati vedranno la pensione solo col binocolo, ecco che gli stessi politici silurati si apprestano a ricevere, ogni mese, un lauto vitalizio che gli permetterà di trascorrere una vecchiaia da pascià.

Che fine ha fatto il “trombato” per eccellenza delle ultime elezioni? Pare cheGianfranco Fini non se la passi poi così male. Pare che nei giorni scorsi a Enrico Nan, parlamentare di due legislature fa e avvocato ligure, abbia detto: “Cerchiamo di trovare una stanza gratis dove ci mettiamo un computer per far qualcosa”. L’ex presidente della Camera è, finalmente, in pensione: ha già affondato abbastanza partiti e voltato le spalle a troppi elettori. Incassati 148mila voti (0,46% alla Camera), potrà dedicarsi ai suoi hobby (magari alle immersioni in quel di Giannutri) senza la minima preoccupazione di dover sbarcare il lunario. Potrà farlo anche grazie alla “paccata” di soldi che gli saranno versati dallo Stato: nelle prossime settimane porterà, infatti, a casa un assegno di fine mandato da 250mila euro netti. Tutto qui? Macchè. Dopo una lunga vita “spesa” a far politica, l’ex leader di An potrà contare su un vitalizio di 6mila euro circa al mese. “Dopo soli trent’anni Fini lascia il Parlamento e quindi mandiamo un saluto a lui e a tutto il suo club di gentiluomini – lo aveva salutato nei giorni scorsi Silvio Berlusconi dal palco di piazza del Popolo – non credo che a Montecarlo se la passi così male”.

Il leader di Futuro e Libertà non è certo l’unico “trombato” d’oro. La lista è davvero lunga. Le amministrazioni di Montecitorio e Palazzo Madama stanno infatti calcolando le somme che devono essere erogate entro un mese dalla cessazione del mandato. E, mentre le Camere sono piene zeppe di furbetti dal doppio incarico che continuano a procrastinare la scelta della poltrona su cui sedere (leggi l’articolo), i parlamentari di lungo corso lasciano la cadrega sempre e comunque a spese nostre. Per un importo complessivo di circa 3 milioni di euro. Se Fini è senza dubbio il Paperone dei “trombati”, non fa tanto peggio Massimo D’Alema che, eletto per la prima volta nel 1987 quando partiva la decima legislatura, incasserà una liquidazione da 217mila euro. E, proprio, come l’ex presidente della Camera, potrà contare di un super vitalizio da 6mila euro al mese. La stessa liquidazione toccherà anche alla democratica Livia Turco e al pdl Domenico Nenia. Come ricorda Avvenire, i politici possono contare dell’assegno di reinserimento o di fine mandato, “concepito a suo tempo per aiutare i politici che, dopo un’esperienza più o meno lunga in parlamento, potevano incontrare difficoltà nel tornare a svolgere un lavoro comune”. Si tratta, grosso modo, dell’80% dell’indennità mensile: quindi circa 8mila euro circa per ogni anno di permamenenza in parlamento. Una bella cifra finanziata al 100% da una trattenuta versata, ogni mese, a un Fondo di solidarietà (784 euro per i deputati e 695 euro per i senatori).

Tra i futuristi Fini non è l’unico a dover ringraziare le casse opulte dello Stato. Italo Bocchino lascia il parlamento con un assegno di fine mandato da 141mila euro.Antonio Di Pietro, che potrebbe far ritorno alla sua Montenero di Bisaccia, non è certo la prima volta che è costretto a fare valigie e schiodarsi dala parlamento. Proprio per questo, dovrà accontentarsi di un buono uscita da 58mila euro netti: la prima gli era già stata versata, tempo fa. Non solo. Come faceva sapere qualche settimana fa Libero(leggi l’articolo), anche l’ex pm di Mani pulite potrà godere di una “pensioncina” da 4300 euro al mese. Non se la passa male nemmeno l’80enne Franco Marini che incasserà una liquidazione da 174mila euro e potrà contare su una pensione da 5.300 euro al mese. E ancora: il pdl Gianfranco Micciché se ne va con 158mila euro, l’UdcFernando Adornato con 141mila euro e Francesco Rutelli con 100mila euro.Beppe Pisanu, che nel 1992 aveva già incassato una prima buona uscita, si porta a casa 157mila euro. Insomma, tutta gente che potrà dormire sonni tranquilli.

BARACCONE COSTOSO

Il Pd ci costa 60 milioni all’anno Ecco perché Bersani vuole i rimborsi I dem hanno paura di fallire In via del Nazareno c’è panico. Abolire il finanziamento pubblico significa game-over. Il 95 per cento delle entrate del partito viene da soldi pubblici. Ma Grillo e il Cav sono pronti a tagliare le spese   
 

Il Pd e con lui Pier Luigi Bersani non vogliono l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Questo è fin troppo chiaro. Tra gli otto punti che il segretario ha messo sul piatto delMovimento Cinque Stelle manca proprio quello a cui tengono di più i grillini. Bersani aveva detto pochi giorni dopo il voto: “La politica una qualche forma di sostegno pubblico debba averlo, anche fosse per un solo euro non sono disposto a rinunciare al principio che da Clistene in poi è un principio collegato alla democrazia: la politica deve avere una qualche forma di sostegno pubblico, altrimenti la fanno solo i miliardari“. La posizione di Bersani a proposito è chiara. Sono più vicini su questo binario Pdl e Movimento Cinque Stelle. Anche gli azzurri hanno nel loro programma l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Perchè Bersani non vuole mollare i rimborsi elettorali?

Quanto costa il Pd – La risposta è semplice: il Pd senza quesi soldi rischia di fallire. La struttura di via del Nazareno è un pachiderma costosissimo. Sul libro-paga ci sono almeno 200 dipendenti. Giovani e soprattutto meno giovani. L’ultimo caso è quello di Livia Turco che è stata “riassunta” dal Pd dopo una lunga aspettativa cominciata ai tempi dei Ds. Dopo le polemiche per il suo compenso la Turco ha rinunciato ad uno stpendio. Ma gli altri no. Non è solo la Turco ad essere stata reintegrata tra i corridoi di via del Nazareno. Con lei sono tornati due parlamentari in aspettativa dalla vecchia Margherita, Alberto Losacco e Nicodemo Oliverio, e sette dai Ds tra cui Gianni Cuperlo, Oriano Giovannelli, Walter Verini, Vinicio Peluffo. Per questi bisognerà rimettere le mani al portafoglio. 

Stipendi per tutti –
 E i soldi per pagare gli stipendi sono quelli dei rimborsi elettorali. Per queste ultime elzioni nelle casse del Pd arriveranno ben 45 milioni di euro. Il Pd sa che senza quei soldi può dichiarare fallimento. Pagare 200 dipendenti non è facile. E gli stipendi non sono poi così bassi. Sul sito del Pd la situazione è chiara. I democratici tengono la baracca in piedi solo con quei soldi. Le cifre sono queste. Il Pd nel 2011 a bilancio ha un capitale di 63.554.452milioni di euro. Di questi 57.974.142 milioni di euro sono rimborsi elettorali. In pratica il 95 per cento del totale. Sono solo 458.390 mila euro i soldi che provengono da donazioni private. Non dimentichiamo poi i 5.121.920 milioni di euro con i contributi dei parlamentari. 

Ecco come spendono i dem 
– Ma il Pd come spende questi soldi? In via del Nazareno si apre la cassa soprattutto per la propaganda. Ben16.312.665 milioni di euro se ne vanno in attività da campagna elettorale. Occhio a questo numero: 13.540.857 milioni di euro. Tanto costa mantenere le strutture del partito. A questi vanno aggiunti altri 12.820.236 milioni che servono proprio per il personale. Non bisogna sottovalutare poi i 9.186.323 milioni di euro che servono per “servizi e acquisto di beni”. Infine Bersani&co. spendono 3.119.706 milioni per il godimento di beni terzi e 5.041.757 per altri oneri. In totale il Pd spende in media all’anno 60 milioni di euro. Se a questo giro entreranno nelle casse 45 milioni di euro come fa Bersani ad abolire il finanziamento ai partiti? Mica si può far crollare la baracca. I conti per il Pd tornano sempre. Come nel 2008. In quell’anno nelle tasche dei partiti finirono circa 500 milioni di euro di rimborsi. Ne furono spesi solo 100. Il resto? Mancia. E in casa Dem già sono preoccupati. Se Grillo fa sul serio al Pd non resterà neppure “il tetto su cui mettere i tacchini”

 

LO STRAPOTERE DEI PARTITI E DEI SINDACATI.. POTERE ISTITUZIONALE COSTRUITO CON SOLDI PUBBLICI SENZA REGOLE E TRASPARENZA.. FERMIAMOLI!! LEGGI E FIRMA LA NOSTRA PETIZIONE ONLINEultima modifica: 2013-05-04T08:32:00+00:00da mobbing21
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