I ladri di Stato e la lunga storia del finanziamento pubblico dei Partiti

 

 

 

 
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Cari amici online, la sindacalista Camusso ha detto che serviranno 2,7 miliardi per coprire la cassa integrazione del paese. Allora perché non lanciamo un appello a questi prodi sindacalisti e ai partiti, diventati nel frattempo casta in questi anni grazie ai contributi pubblici rivevuti.. I soldi si possono trovare se i medesimi lasciando da parte i propri interessi,  e se per una volta troveranno  il coraggio di devolvere il loro capitale facendo un fondo di solidarietà a favore dei cassa integrati. Sappiamo tutti che i sindacati e i partiti grazie ai numerosi contributi pubblici a fondo perduto hanno accumulato in questi anni un patrimonio miliardario .. fatto di immobili, interessi ecc. Noi siamo stanchi delle loro solite frasi fatte e siamo stanchi che debbano sempre scippare i soldi dalle tasche della povera gente. Noi abbiamo già dato… ora tocca agli intoccabili dare buon esempio.. se sono diventati così economicamente potenti non è certamente per loro merito.. ma è solo grazie ai contributi pubblici…contributi tra l’altro inseriti in bilanci non pubblici e pertanto non trasparenti.. Siamo arrivati ormai al limite .. siamo stanchi di vedere le solite facce.. di oligarchi politici e sindacali che fanno solo i propri interessi…loro stessi sono diventati dei potenti datori di lavoro…. La maggior parte della gente per colpa di questa disgraziata crisi ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco…………facendo sacrifici su sacrifici ma questo non basta…… ora tocca a voi leader del sindacato e dei partiti…. voi che siete una parte istituzionale importante.. ma che a tutt’oggi avete dato solo cattivo esempio.. Alzate la testa e abbiate uno scatto di dignità… Se amate il vostro paese che tanto vi ha dato….. donate il vostro capitale e cercate per il futuro di mettervi in regola.. perché a tutt’oggi coperti dalle vostre inique leggi state operando fuori dalla legge…

GABRIELE CERVI.

I ladri di Stato e la lunga storia del finanziamento pubblico dei Partiti

di Redazione (21/9/2012)

 

 

 

di Francesco Busalacchi

Oggi in tutti i giornali i politici autocelebrano la grande impennata di civiltà che li ha portati ad approvare (solo nella Giunta per il regolamento della Camera: il cammino è ancora lungo e pieno di insidie, ma tant’è) una norma che consenta la verifica dei bilanci dei gruppi parlamentari da parte di una società esterna alla Camera dei deputati. Si tratta, in sostanza, del controllo sulle spese effettuate con i soldi pubblici che vengono distribuiti ai partiti come rimborso delle spese elettorali.

La cosa rischia di avere un effetto magico ed ipnotico, direbbe Marcuse, il quale ci mette in guardia contro le astuzie della ragione. E fa un esempio. La sigla NATO, ragionevole e giustificata dalla lunghezza dei termini non abbreviati, serve ad evitare domande non gradite. La sigla infatti non dice quel che dice North Atlantic Treaty Organization, menzionando un trattato tra nazioni che si affacciano sull’Atlantico del Nord, nel qual caso qualcuno potrebbe chiedere perché siano membri l’Italia, la Grecia e la Turchia. Questo stile, dice Marcuse, possiede una concretezza sopraffattoria. E la sopraffazione consiste nel volerci impedire, quasi sempre riuscendovi, di ricordare e porre precise domande, cioè, nel caso di cui parliamo, nel farci credere che è stato fatto uno sforzo sovrumano e un sacrificio inenarrabile. Ma noi abbiamo buona memoria e le domande invece ce le poniamo.

Come e perché nasce il finanziamento pubblico dei partiti? Cerchiamo di ripercorrere tutta la vicenda.

A metà degli anni Settanta del secolo passato esplose in Italia e in tutta Europa un clamoroso caso di corruzione, lo scandalo Lockheed. Dato il numero e l’importanza dei politici implicati (un Presidente della Repubblica fu costretto a dimettersi), la politica, tutta, piuttosto che fare ammenda per i propri tesserati mascalzoni (anzi ci fu chi teorizzò che rubare per finanziare i partiti non era reato), trovare subito il sistema di cacciare via i farabutti e scegliere gente onesta da mettere al loro posto, trovò nei costi della politica la motivazione della corruzione e argomentò che se i partiti avessero goduto di appositi finanziamenti la corruzione sarebbe finita.Un ragionamento disonesto e truffaldino, una delle pagine più squallide e miserevoli dell’intera storia repubblicana.

Fu come se il Parlamento, avendo appurato che tutte le persone che si chiamavano Giuseppe Rossi erano affetti da una incoercibile tendenza a rubare, avessero deciso di porvi un freno assegnando agli stessi, utilizzando i soldi dei contribuenti, un vitalizio milionario. Come se l’onestà non fosse una virtù, ma una questione di quantità e come se il sistema del finanziamento pubblico fosse garanzia quindi di onestà e correttezza. (a destra, immagine interna di Montecitorio, foto tratta da midiesis.it) 

La cronaca ci ha sempre dimostrato che per la maggioranza dei politici la politica è un modo di arricchirsi. Oltretutto va sempre ricordato che l’uso del pubblico denaro deve essere motivato dall’interesse pubblico. Orbene, quale può essere l’interesse pubblico a che i politici siano onesti, non essendo essi obbligati a fare politica e potendo esercitare la loro libidine di latrocinio nel settore privato? Solo se fossero obbligati potrebbe esserci un (teorico) interesse dello Stato a costringerli all’onestà, ma non è così, anzi ricordiamo che i partiti che esprimono i politici sono associazioni private volontarie neanche riconosciute dallo Stato e quindi fatte da privati cittadini, come i signori Giuseppe Rossi, appunto.

Di fronte alla corruzione dilagante degli inizi anni Novanta (la prova provata che chi è disonesto lo è sempre e comunque), si arrivò alla saturazione e al referendum abrogativo del finanziamento pubblico dei partiti. In assoluta malafede, però, non tenendo conto della volontà popolare, la politica inventò un sistema che aggirò l’ostacolo. Invece di finanziare direttamente i partiti si rimborsarono le spese che i partiti avevano sostenuto per effettuare le elezioni. La motivazione,ripetuta in questi giorni, in occasione del caso Lusi e del nuovo tentativo di eliminare i rimborsi, era che senza i rimborsi si rischiava che un miliardario potesse comprarsi qualsiasi partito.

Come se non fosse già stato dimostrato che un miliardario per scendere in campo non ha bisogno di un vecchio partito e che trova più conveniente farsene uno nuovo di zecca!

La legge operò in assoluto silenzio, foraggiando tutti i partiti con denaro pubblico per importi due o tre volte superiori alle spese effettivamente sostenute e senza prevedere controlli, come se improvvisamente i politici, visitati dallo Spirito Santo, fossero diventati casti e puri. Il caso Lusi ci dice chiaramente che non è così. Non solo, ma si rivela una beffa atroce. Infatti sono stati rubati dai politici i soldi (del contribuente) che erano stimati necessari per evitare che i politici rubassero.

E veniamo al contenuto della delibera della Giunta della Camera e al sistema dei controlli ideato.

La stella di Plutarco brillò luminosissima fino alla Rivoluzione francese. Fino a quando cioè tutto il potere era accentrato nelle mani di uno solo ed era quindi necessario che quest’uno imparasse l’arte del buon governo. E chi meglio di Plutarco, con gli esempi degli uomini illustri e con i suoi precetti morali faceva alla bisogna? A poco a poco, dopo la rivoluzione si affermò la dottrina di Montesquieu e la garanzia del buon governo venne riposta nel sistema della separazione dei poteri e in quello dei controlli bilanciati. La cui regola fondante è quella della terzietà, il che vuol dire che il controllante non deve mai, dico mai, sedere alla tavola di don Rodrigo. (sopra, immagine esterna di Montecitorio, foto tratta da romeartlover.it)

Qualcuno ricorderà che per perorare la causa di Lucia il buon frate Cristoforo si reca a casa di Don Rodrigo, il quale, in quel momento sta banchettando con certi suoi amici tra i quali c’è il podestà, colui che, per dirla con lo stesso Manzoni, “avrebbe dovuto, in teoria, rendere giustizia a Renzo Tramaglino”.

La stampa riporta che la norma (se passerà) prevede che i bilanci dei gruppi parlamentari saranno certificati da una sociètà di revisione legale selezionata dall’Ufficio di presidenza con procedura di evidenza pubblica. Vediamo se questa procedura rispetta il principio di terzietà dei controlli. E quindi se è rispettata la condizione di separatezza e di indipendenza nei confronti delle due parti in causa. A voi sembra corretto che sia l’Ufficio di Presidenza (che è composto di rappresentanti dei gruppi parlamentari che saranno sottoposti ai controlli) a selezionare i concorrenti? A me francamente non sembra.

Si sa che i politici resistono a tutto tranne che alle tentazioni. Resisteranno i politici alla tentazione di condizionare le scelte? Resisteranno i politici ai condizionamenti delle società concorrenti? Non è più logico allontanare da sé ogni sospetto facendo decidere ad un organo terzo rispetto al Parlamento? Forse, ma i rischio di essere controllati veramente sarebbe altissimo.

Finanziamento pubblico dei partiti, una questione di democrazia.

In poco tempo siamo passati dal Sen. Lusi, ex tesoriere della Margherita, indagato per appropriazione indebita dei rimborsi elettorali al Sen. Bossi che, assieme al tesoriere Belsito ha trasformato i rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega Nord nella cassa privata della sua famiglia. La melodia suonata da Bossi e Lusi è la stessa: rubare in “casa propria”, al proprio partito, ma soprattutto rubare soldi pubblici dei cittadini destinati allo svolgimento democratico della vita di una forza politica e del sistema politico tutto.

A fronte di ciò l’indignazione generale è anche ben poco.

 

Tutti ci chiediamo: come è possibile che Lusi, reo confesso, abbia sottratto 13 milioni di euro e nessuno se ne sia accorto, ma quanti soldi ha ricevuto dallo Stato la Margherita? E la Lega? Ma è mai possibile che dal bilancio siano potuti uscire liberamente migliaia di euro lungo “le linee guida” di una cartellina intitolata “The family”? Come sono gestiti e rendicontati questi rimborsi? A quanto ammontano, come vengono calcolati e attraverso quali atti erogati? E quali garanzie e forme di bilancio vengono richieste ai partiti in virtù del finanziamento?

Certo, c’è da riformare con un modello organico ed integrato nei suoi vari settori, l’intero sistema di funzionamento del circuito democratico, il sistema elettorale inteso come l’insieme delle norme che descrivono la formula elettorale, la disciplina delle campagne elettorali, la par condicio, il diritto di voto, la presentazione delle liste elettorali, le norme sull’incandidabilità ed incompatibilità, le procedure di voto, i rimborsi elettorali ed altro ancora. Troppo per essere affrontato in un solo scritto, in una sola volta, ma forse anche troppo poco per ambire al miglioramento dell’incancrenito sistema politico italiano.

Le ultime indagini ci urlano contro che è giunta davvero l’ora di discutere di una legge per la regolamentazione dei partiti politici, di disciplinarne con legge la vita interna, ponendo fine alla loro attività come associazioni private. E come non ricordare che, originariamente, questo fu il progetto di numerosi parlamentari, già padri costituenti, protagonisti delle prime legislature repubblicane, i quali volevano far corrispondere ad un sistema di finanziamento statale della politica alcuni obblighi da rispettare per i beneficiari dei contributi, a garanzia della democrazia negli stessi partiti; l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, per farla breve. Ma questo tentativo, come sappiamo, fallì, e le resistenze, trasversali nell’arco parlamentare, impedirono l’intervento normativo in tal senso.

Da qui addentriamoci con pochi passi nella giungla, ricordandoci, che ad una legge per la contribuzione dello Stato in favore dei partiti si arrivò, nel 1974, ma tale approvazione, si verifico proprio quando venne meno l’intento di legare al sistema di finanziamento la regolamentazione degli stessi. Ed i problemi di oggi, sembrano fondarsi proprio sulle scelte di ieri, nel momento in cui si costruì un sistema di finanziamento della politica senza alcuna regolamentazione dei suoi protagonisti. Quando per mezzo di uno degli iter parlamentari più veloci e condivisi della “prima Repubblica” non si chiese nulla ai partiti in cambio di lauti e molteplici trasferimenti di denaro in loro favore. L’origine storica di alcune delle “falle normative”, sulle quali “poggiano” casi come quelli del Sen. Lusi e del Sen. Bossi sono da rintracciare proprio in questo momento storico, nelle basi poste, e non modificate dagli sviluppi normativi successivi, da questa disciplina del ‘74. Dove a (non) contrappeso di un sistema di finanziamento a doppio binario (fino al ’93), provvigione annuale e rimborsi elettorali, questa legge introdusse un sistema di pubblicità, controlli, limiti e divieti che si strutturava in sostanza sul seguente principio: l’unico controllo lecito sui partiti politici è un controllo di tipo politico ed in ultima istanza spettante agli elettori. Più semplicemente: il bilancio, di cui era (ed è) fatto obbligo di presentazione presso la Camera dei Deputati ai partiti riceventi il finanziamento, era (ed è) oggetto di controlli e decisioni di “tipo interno”, controlli politici, effettuati dagli organi del Parlamento (con spesso palesi conflitti d’interesse ed innegabili pressioni).

Questa riflessione non vuole però sfociare in una delegittimazione del sistema di finanziamento pubblico dei partiti e movimenti, anzi, chi scrive lo ritiene al contrario indispensabile alla realizzazione di una vita politica democratica nel/del Paese. Ed attuali, salde e forti appaiono ancora alcune delle basi teoriche su cui si fonda la necessita e legittimità di un finanziamento pubblico dei partiti politici:

1) il dettato costituzionale, innanzitutto l’art. 49, dove i partiti si configurano come strumenti per l’esercizio della sovranità popolare, svolgono funzioni essenzialmente pubbliche; troviamo poi un insieme di disposizioni che configurano il pluralismo politico un interesse generale e costituzionalmente protetto. Ne consegue che lo Stato debba garantire a questi i mezzi sufficienti per la realizzazione delle funzioni attribuitegli e del libero concorso alla determinazione della politica nazionale;

2) la possibilità di accrescere attraverso il finanziamento pubblico la parità dellechances. L’intervento economico, regolatore, dello Stato può ridurre nel sistema politico il vantaggio di gruppi o singoli che controllano ingenti risorse finanziarie;

3) favorire l’indipendenza economica dei partiti da gruppi d’interesse ed eventuali “re di denari” presenti al loro interno;

4) garantire la trasparenza contabile nella gestione economica dei partiti prevedendo l’obbligo in capo ai beneficiari dei fondi pubblici di dichiarare le fonti di reddito e/o rispettare vincoli di bilancio; rendere noti agli elettori i finanziatori dei partiti e gli interessi che questi rappresentano

5) moralizzare la vita politica individuando come illeciti finanziamenti: occulti, derivanti da corruzione, da distrazione di denaro pubblico ed altri fatti o atti classificati come illeciti;

6) il finanziamento pubblico (se) di tipo indiretto favorisce la riduzione dei costi della politica alleggerendo le spese che ciascun partito deve sostenere per arginare le escalation che caratterizzano le moderne campagne elettorali.

Diverse sono le ragioni che ci ricordano l’importanza di una forma di finanziamento pubblico della politica, è una vera e propria questione di democrazia, ma altrettanto diverse e molteplici, democratiche e non, possono essere le metodologie di calcolo, divisione ed erogazione dei contributi ai soggetti politici. La normativa, anche per il contributo referendario, nel tempo è cambiata, e possiamo dire che la stessa, nella sua evoluzione, ha costituto un termometro del rapporto tra cittadini e classe politica. Un rapporto caldo negli anni ’70 che, via, via, è divenuto sempre più freddo, passando per tangentopoli, lungo l’antipolitica, fino ai casi del Sen. Lusi e del Sen. Bossi.

Se i numerosi fatti illeciti attorno al finanziamento dei partiti qualcosa ci dimostrano, non si tratta della necessità della cancellazione di questa forma di contribuzione alla vita democratica delle forze politiche. Al contrario evidenziano l’esigenza di un miglioramento della normativa. Ci dimostrano che i temi oggi cruciali, decisivi, che possono fare la differenza, vanno individuati: nel controllo delle fonti di finanziamento, nel controllo dei bilanci dei partiti politici e nella previsione normativa di vincoli alle forme di spesa ed impiego del denaro pubblico ricevuto.

Su questi punti si posero innegabili dilemmi fin dai primi confronti ed in particolare, rispetto all’opportunità dei controlli e loro modalità di realizzazione, si scontrarono due posizioni:

la prima, sulla base dell’articolo 100 della Costituzione, sostenne la partecipazione della Corte dei Conti al controllo dei bilanci e delle attività finanziarie di tutti i partiti che ricevano fondi dallo Stato;

la seconda, peculiare ad una contingenza storica ed al ricordo dell’ingerenza autoritaria nella vita dei partiti, sostenne l’impossibilità di ogni forma di controllo ed esame dei bilanci al fine di salvaguardare la loro l’attività politica ed autonomia. In sostanza si argomentava che per un partito anche il bilancio costituisse un documento politico, quindi l’introduzione di controlli avrebbe significato intromissione nell’intera attività politica.

Ritenendo superati i timori che portarono ad ostacolare forme di controllo, a fronte delle purtroppo innumerevoli ed illegali derive nell’uso dei finanziamenti pubblici, uno sviluppo della normativa nel senso di un ruolo sostanziale di controllo da parte della Corte dei Conti appare oggi del tutto auspicabile. Questa è la prima ed indispensabile riforma di cui ha bisogno la disciplina del finanziamento pubblico dei partiti, non l’abrogazione, né la trasformazione in una regolamentazione esclusiva di forme di finanziamento privato ai partiti. Quella sul sistema dei controlli è quindi “la Riforma”, indispensabile, ma non l’unica necessaria, con l’occasione si potrebbe fare molto di più, cogliendo l’opportunità data dai seppur negativi casi del Sen. Lusi e del Sen. Bossi per provare a rilanciare, a risanare, il rapporto tra cittadini e partiti politici.

Ulteriori innovazioni potrebbero riguardare:

1) il sistema di calcolo dei rimborsi escludendo che il conteggio delle somme di denaro da erogare sia effettuato sugli aventi diritto al voto e non sui votanti effettivi;

2) la riduzione delle somme erogabili ampliando contestualmente le c.d. forme di finanziamento indiretto della politica, fornendo ai partiti beni (servizi, incentivi, sgravi fiscali permanenti o temporanei per il periodo elettorale) anziché denaro;

3) l’introduzione di vincoli per l’uso del denaro ricevuto dai partiti politici: 3a) vietando (come invece oggi permesso) che i finanziamenti statali possano costituire oggetto di operazioni di cartolarizzazione o essere ceduti a terzi; 3b) vincolando con obblighi di bilancio la destinazione di percentuali delle somme ricevute ad attività politiche volte alla partecipazione politica dei giovani, delle donne (disposizione analoga in favore delle donne fu vigente tra il ’97-’99 nella L. n. 2/97) e in favore delle diramazioni territoriali del partito, il tutto in tutela della democrazia (sostanziale) interna ai soggetti politici.

Queste alcune prospettive percorribili per provare a migliorare un quadro normativo confuso che si compone dalla stratificazione di pezzi di numerose normative susseguitesi dal ’74 ad oggi; nel rapportarsi a questa materia potrà essere decisivo solamente un approccio organico che coordini tra loro i vari settori della disciplina. E nel farlo, in realtà qualunque sia la direzione di una ipotetica e futura riforma, sarebbe anche auspicabile un trasparente ed ampio confronto fra le forze politiche per mezzo di un iter parlamentare che garantisca un dibattito ampio e partecipato. Il contrario di quanto si è tentato, l’inserimento di una norma all’interno del decreto semplificazione fiscale (dichiarata inammissibile), e di quanto si sta ora tentando, cioè una leggina, buona per metter una toppa, approvata con la sede legislativa in Commissione Affari Costituzionali. Diversamente servirebbe un ruolo forte del Parlamento, ma quale Parlamento, questo? Un’aula delegittimata, ormai al di là (nel bene e/o nel male) di ogni mandato elettorale. Un’aula in cui siedono forze politiche che, con buona probabilità, incapaci di decidere, preferiranno (purtroppo, anche in questa materia come per altri problemi del Paese) delegare “il lavaggio dei panni sporchi” al Governo dei tecnici, per ripresentarsi puliti e contenti agli elettori nel 2013.

(Alessio Stazi)

I ladri di Stato e la lunga storia del finanziamento pubblico dei Partitiultima modifica: 2013-04-17T08:51:00+00:00da mobbing21
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