SINDACATI E PARTITI DONATE LE VOSTRE RICCHEZZE AL PAESE PER AIUTARE I CASSAINTEGRATI E I POVERI…

 

Cari amici online, la sindacalista Camusso ha detto che serviranno 2,7 miliardi per coprire la cassa integrazione del paese. Allora perché non lanciamo un appello a questi prodi sindacalisti e ai partiti, diventati nel frattempo casta in questi anni grazie ai contributi pubblici rivevuti.. I soldi si possono trovare se i medesimi lasciando da parte i propri interessi,  e se per una volta troveranno  il coraggio di devolvere il loro capitale facendo un fondo di solidarietà a favore dei cassa integrati. Sappiamo tutti che i sindacati e i partiti grazie ai numerosi contributi pubblici a fondo perduto hanno accumulato in questi anni un patrimonio miliardario .. fatto di immobili, interessi ecc. Noi siamo stanchi delle loro solite frasi fatte e siamo stanchi che debbano sempre scippare i soldi dalle tasche della povera gente. Noi abbiamo già dato… ora tocca agli intoccabili dare buon esempio.. se sono diventati così economicamente potenti non è certamente per loro merito.. ma è solo grazie ai contributi pubblici…contributi tra l’altro inseriti in bilanci non pubblici e pertanto non trasparenti.. Siamo arrivati ormai al limite .. siamo stanchi di vedere le solite facce.. di oligarchi politici e sindacali che fanno solo i propri interessi…loro stessi sono diventati dei potenti datori di lavoro…. La maggior parte della gente per colpa di questa disgraziata crisi ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco…………facendo sacrifici su sacrifici ma questo non basta…… ora tocca a voi leader del sindacato e dei partiti…. voi che siete una parte istituzionale importante.. ma che a tutt’oggi avete dato solo cattivo esempio.. Alzate la testa e abbiate uno scatto di dignità… Se amate il vostro paese che tanto vi ha dato….. donate il vostro capitale e cercate per il futuro di mettervi in regola.. perché a tutt’oggi coperti dalle vostre inique leggi state operando fuori dalla legge…

GABRIELE CERVI.

Presi 2,2 miliardi, spesi 579 milioni. Ma i partiti non mollano un euro

 

 Alessandro Camilli

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ROMA – Dal 1994 al 2012 lo Stato, tutti noi, abbiamo versato ai partiti politici l’astronomica cifra di 2 miliardi 253 milioni 612 mila 233 euro. Loro, i partiti, nello stesso lasso di tempo ne hanno spesi 579 milioni 4 mila 383. Ergo, 1 miliardo 674 milioni 607 mila euro, li hanno incassati senza un perché. Già, perché i soldi pubblici li hanno incassati alla voce “rimborsi elettorali”, ma il rimborso è, per definizione stessa, la restituzione di una somma spesa. Quello che eccede quella somma lo si può chiamare in molti altri modi, ad esempio finanziamento, ma non certo rimborso. Basta quindi la semplice operazione aritmetica di sottrazione di quanto speso dai partiti da quanto dai cittadini loro elargito, per capire che quello che serve ora, per dare un minimo di credibilità alla politica, non è una riforma, soft e lenta, dei controlli su come i partiti spendono, ma un taglio netto degli euro che loro incassano. Non è tempo di mezze misure né di rimandi. Quei soldi vanno diminuiti, da subito, a partire dalla prossima tranche di “rimborsi”, oltre 100 milioni di euro, che i partiti incasseranno a fine luglio.

Questo pomeriggio (11 aprile) i tecnici della maggioranza, Rocco Crimi e Massimo Corsaro per il Pdl, Benedetto Della Vedova per Fli, Giampiero D’Alia per l’Udc, Antonio Misiani e Gianclaudio Bressa per il Pd, si incontreranno per affrontare il nodo dei soldi pubblici ai partiti, divenuto irrimandabile dopo gli scandali in casa Margherita e Lega. Nel tentativo di chiudere in fretta su un testo di massima. Un testo che però si prevede “al ribasso”. Solo in futuro infatti dovrebbe essere affrontata la questione della democrazia interna, chi e come decide come spendere, e della quantità dei rimborsi elettorali. Per ora non sembra esserci alcuna intenzione di decurtare l’entità dei finanziamenti, piuttosto si penserà a chi e come affidare il controllo dei bilanci dei partiti. Bilanci che ora sono di fatto senza controllo alcuno, cosa evidentemente insostenibile, anche se prima di controllare come vengono spesi, bisognerebbe prima occuparsi di quanti soldi vengono ai partiti elargiti. I partiti vogliono fare da soli, l’idea del decreto non gli piace, anche se in questo caso l’urgenza sembra esserci tutta. Non gli piace perché li esproprierebbe del loro ruolo e, soprattutto, dei loro soldi. A loro non piace, ai cittadini piacerebbe.

Se non bastasse l’aritmetica poi, anche l’Europa ha sentito la necessità di sottolineare come la nostra legislazione in materia di soldi ai partiti politici sia poco seria. La situazione, secondo il Consiglio d’Europa, è grave ed è “urgente” porre rimedio. Il documento è stato elaborato e reso noto dalla commissione Greco (Groupe d’Etats Contre la Corruptione, il braccio anti-corruzione dell’organizzazione paneuropea) e sottolinea che “la maggiore debolezza” del sistema sta nei controlli. Il ruolo che i cittadini possono svolgere è “molto limitato” – si legge – e quello esercitato dalle autorità pubbliche è “molto frammentato, più formale che sostanziale”. Così frammentato che, come scrive Luigi La Spina su La Stampa, “per oltre due terzi, i partiti incassano soldi che non hanno una documentazione, verificata e credibile, valida a confermare lo scopo di effettivo rimborso elettorale. Anzi, per la stragrande maggioranza dei casi, non esiste alcuna documentazione. Insomma, prendono dai contribuenti italiani 100 e ne spendono correttamente solo circa 33”. E la stima fatta da La Spina è persino per difetto, i dati pubblicati da Repubblica parlano di un 75% del totale dei soldi incassati privo di documentazione.

Il giudizio europeo non tiene poi conto di un aspetto peculiare della nostra storia politica e fondamentale, ed è giusto che non lo faccia visto che si deve limitare per ovvi motivi ad un commento “tecnico”: la vera e propria truffa propinata agli italiani che, con un referendum, avevano bocciato e cancellato il finanziamento pubblico dei partiti. Votazione ottenuta sull’onda emotiva di Mani Pulite, vero. Come è vero che i partiti non possono vivere senza denaro pubblico (anche se altrove lo fanno). Le forze politiche così, con un espediente meschino e tanto sfacciato da apparire persino provocatorio nei confronti del rispetto che si dovrebbe avere per i cittadini in una democrazia, l’hanno, di fatto, ripristinato. Neanche a dirlo in forma molto più generosa che in passato. E l’hanno ripristinato definendolo “rimborso elettorale”, peccato che non sia un rimborso e peccato che non sia assolutamente legato a quanto i singoli partiti hanno speso per le campagne elettorali. La legge prevede che ogni forza politica incassi tot euro per ogni voto ricevuto. In altre parole chiunque di noi potrebbe candidarsi e non fare campagna elettorale, tanto riceverebbe comunque i soldi dei rimborsi.

Scrive ancora La Spina: “Il rispetto per la volontà popolare imporrebbe l’ossequio al risultato del referendum, cioè l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Ma pretenderlo, in Italia, sarebbe come pretendere l’impossibile. Si può chiedere, invece, come minimo risarcimento ai cittadini, almeno il dimezzamento di questa “imposta forzosa”, con il controllo, da parte di una autorità estranea a qualsiasi influenza politica, di come questi soldi vengano usati. I partiti devono uscire da una condizione unica tra le associazioni italiane, quella dell’assoluta imperscrutabilità dei loro bilanci e dell’assoluta insindacabilità dei loro statuti e delle regole di democrazia interna. Prima di cambiare la Costituzione, sarebbe meglio applicarla, perché su questo tema la nostra Carta fondamentale è del tutto disattesa”.

Prima ancora del controllo e della Costituzione si dovrebbe rispettare in verità la lingua italiana, e parlare di rimborsi quando di questi si tratta, usare il termine “rimborso” per descrivere le astronomiche cifre che i partiti incassano, viene definito in italiano “raggiro”.

Repubblica si è presa la briga di andare a vedere quel po’ di cifre che la Corte dei Conti ha in mano, poche perché, come detto, per lo più i soldi vengono girati ai partiti senza documentazione che ne giustifichi la ragione. Ed ha preso in considerazione i cinque principali partiti – Pdl, Pd, Idv, Udc, Lega Nord – e quanto hanno speso e incassato per le ultime politiche, quelle dell’aprile 2008.

Al partito di Silvio Berlusconi, in base ai voti ottenuti, spettano per quell’unica tornata elettorale oltre 19 milioni di euro per la Camera e quasi 22 milioni per il Senato: il totale, da corrispondere in cinque rate annuali, è di 206 milioni 518 mila euro. A pagina 70 della sua relazione la Corte dei Conti dice che le spese dichiarate per quelle elezioni, e controllate dai magistrati, ammontano a 68 milioni 475 mila euro. Da aggiungersi ai 437mila spesi per la circoscrizione estero. Quindi, è stato speso poco più di un quarto di quello che viene incassato. Le cose non cambiano per il Pd. Al Partito democratico spettano, dal 2008 al 2013, 180 milioni 231 mila euro. Il partito di Pier Luigi Bersani ne ha spesi, per le elezioni, molti di meno: 18 milioni 418 mila. Francesco Belsito, per la Lega Nord, aveva a disposizione 41 milioni e 384 mila euro per le politiche del 2008, avendo speso solo (questo ha potuto verificare la Corte) 3 milioni 476 mila euro.L’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro ha diritto a 2l milioni 658 mila euro avendone spesi 4 milioni 451 mila. L’Udc prende in cinque anni 25 milioni 895 mila euro. Ne ha spesi – è il partito per cui c’è meno differenza – 20 milioni 864 mila. (…) Di tutti questi soldi, l’ultima rata è ancora da versare e dovrebbe arrivare alla fine di luglio. Sono poco più di 100 milioni per le politiche del 2008, cui però bisogna sommare i soldi che i partiti prenderanno anche perle ultime regionali ed europee. Solo i cinque maggiori incasseranno così 166 milioni e 436 mila euro. Il Pdl attende 68 milioni, il Pd quasi 58, l’Udc e l’Italia dei Valori poco più di 11 milioni, la Lega quasi 18”.

Bersani, segretario di quel Pd che si vanta di essere l’unico ad avere un controllo esterno sui propri conti, ha detto: “Noi siamo disponibilissimi e intenzionati a rivedere il sistema del rimborso elettorale ma questa discussione richiede dei tempi e io non accetterei che in attesa di questi tempi ci si possa ristrutturare casa coi soldi del partito. Io voglio immediate misure per il controllo”. Bloccate la tranche di luglio.

Mentre Anna Finocchiaro, capogruppo Pd in Senato, facendo riferimento al modello all’americana voluto dal Pdl per i contributi dei privati, con tanto di detrazioni fiscali, ha avvertito: “stiamo attenti perché i partiti devono poter contare su risorse certe, altrimenti la politica resterà esclusiva dei Paperoni”. Gli ultimi 20 anni di Berlusconi dovevano essere evidentemente l’eccezione che conferma la regola.




 

I PARTITI RUBANO ALTRI SOLDI PUBBLICI

 

 

 

Pensioni da fame.

di Gianni Lannes
 
10 milioni di italiane e italiani vivono al di sotto della soglia di povertà materiale. E la schiera di chi non ce la fa aumenta sempre più. Le tasse sono all’80 per cento. E c’è chi si suicida dinanzi al Parlamento nell’indifferenza di questi papponi istituzionali. Le giovani generazioni non hanno futuro economico. Eppure, dicono loro dai salotti tv al popolo bue: “fate sacrifici”. E ancora tanti, troppo a battere le mani. Parassiti che vivono di rendita alle nostre spalle. E nessuno si ribella. Ecco l’ultima inquietante notizia: mentre milioni di famiglie italiane a stento arrivano alla fine della settimana, i soliti noti mangiano a quattro ganasce il nostro sangue. In un Paese serio, insomma, in uno Stato di diritto, si chiama furto legalizzato.
 
A pagare è soltanto il silente elettorato che aveva bocciato con il referendum elettorale qualsiasi elargizione di quattrini pubblici ai comitati d’affari, meglio noti come partiti, così come li aveva definiti nel 1981 Enrico Berlinguer.
 

Pdl e Pd sgraffignano 20 milioni di euro, la Lega prende il doppio di quanto ha speso. I rimborsi alle liste “nate e morte” per le elezioni, da “Io amo la Lucania” di Allam a “La Puglia per Vendola”. I rimborsi elettorali.   Sono tutti contenti per avere intascato ben più di quanto hanno speso per le elezioni regionali del 2010. E mancano all’appello ancora le prossime rate.
 
I dati sui rimborsi (che sono, ad oggi, i finanziamenti ai partiti “mascherati”) per il 2010 e il 2011, certificati dalla Corte dei conti, parlano chiaro. I “big” Pdl e Pd ricevono oltre 20 milioni di euro a testa, a fronte però di una spesa quasi identica per il Pdl e, invece, di un bell’incasso di 6 milioni per il Pd. La Lega fa il botto: a fronte di circa 4,5 milioni di spese accertate, incassa 9,5 milioni. Non male anche l’Idv, mentre l’Udc è spendacciona e va in negativo.
 
La Corte dei conti ha formulato 133 rilievi “sia nei confronti delle formazioni regionali o provinciali che al livello nazionale”. Insomma, qualcosa non quadra. Peraltro, 21 partiti hanno presentato dichiarazioni sbagliate. In particolare, “in 14 casi la non regolarità riguarda somme per le quali, alla data di chiusura dei lavori, non era stata fornita la prova dell’avvenuto pagamento delle relative fatture”. Come a dire, prima prendo e dopo forse pago. 
 
Ma la parte, per così dire, divertente, è ancora un’altra e riguarda il denaro che incasseranno per 5 anni le liste approntate ad hoc per le elezioni regionali, quindi nate e morte, che magari hanno preso una manciata di voti, ma che hanno diritto al sacrosanto rimborso. Per esempio, la lista “Io amo la Lucania” di Magdi Cristiano Allam ha incassato 41 mila euro a fronte di 3 mila di spese. E poi ci sono le liste collegate al candidato, come “La Puglia per Vendola” con un rimborso di 388 mila euro a fronte di 27 mila di spese, oppure la lista “Scopelliti presidente” con un rimborso di oltre 400 mila euro per soli 7 mila euro di spese.Addirittura, ci sono liste come “Alleanza di popolo”, che sosteneva Caldoro in Campania, oppure “Autonomia e diritti”, che supportava Loiero in Calabria, che non hanno dichiarato spese e hanno avuto oltre 100 mila euro la prima e 200 mila la seconda di rimborsi. Divertente per loro: per noi, assolutamente una sconfitta di democrazia.

 

 

Soldi all’editoria: a chi vanno

 

di Walter D’Amario

 

I contributi indiretti (ad esempio: quelli che prendeva anche ‘l’Espresso’) sono già stati aboliti, anche se nessuno lo dice. Restano 67 milioni di euro dati ai giornali di partito, a quelli religiosi e alle cooperative

 

«Abolire il finanziamento pubblico ai giornali» è una delle priorità del Movimento 5 stelle. Sostiene Grillo che senza il contributo pubblico i giornali verrebbero spazzati via. Ma le cose, stanno realmente così?

Nella loro forma diretta ormai riguardano solo queste tipologie di giornali: i giornali organi dei partiti politici, quelli delle cooperative di giornalisti, quelli delle minoranze linguistiche, quelli per le comunità italiane all’estero, più quelli pubblicate da ‘enti morali’, di solito di tipo religioso. 

Il loro elenco è sul sito del Governo, nelle pagine del Dipartimento per l’editoria: ci sono ad esempio ‘il Foglio’ e ‘il Romanista’, ‘La Voce di Mantova’ e ‘Buonasera Campania’, ‘America Oggi’ e il ciellino ‘Trenta Giorni’, ‘La Padania’, ‘l’Unità’, ‘Europa’ (Pd ex Margherita) ma anche ‘Motocross’, ‘il Salvagente’, ‘Nuova Ecologia’, ‘Cristiano Sociali News’, ‘Dolomiten’, ‘Civiltà cattolica’, ‘Famiglia Cristiana’ e ‘Ecce Mater Tua’, a cui si accoda religiosamente ‘Buddismo e Società’.

LA VIDEOINCHIESTA

La maggioranza dei quotidiani italiani, che rappresentano il 90 per cento del totale delle copie diffuse in Italia, non riceve contributi diretti e sono tutti gli altri. Tra cui ‘l’Espresso’ 

Quanto ai contributi indiretti – sotto forma di agevolazioni telefoniche, spedizioni postali, rimborsi per la carta o spedizione degli abbonamenti sono invece del tutto cessati dal marzo del 2010: quindi non esistono più.

Quando Grillo quindi chiede a voce alta «l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali» dovrebbe sapere che chiede una cosa già avvenuta per quasi tutte le testate: solo il 10 per cento delle copie diffuse, attualmente percepisce un contributo pubblico. 

Il contributo diretto stimato per l’anno prossimo è sui 67 milioni di euro.

Sono un po’ cambiati anche i criteri di questo finanziamento residuo, oggi correlati agli effettivi livelli di vendita e di occupazione professionale e con incentivi per il passaggio all’on line.

Ovviamente, si può essere contro ogni forma di finanziamento all’informazione oppure pensare a un sistema francese (una sorta di tassa su Google che va a finanziare i progetti editoriali innovativi, senza pesare sul contribuente). Ma è abbastanza importante sapere che qualora gli attuali contributi all’editoria fossero eliminati questa decisione non impatterebbe in alcun modo sul 90 per cento dei giornali oggi in edicola.

 

L ‘ALTRA CASTA

 

di Stefano Livadiotti

 

Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti 

 

Non trattiamo con la calcolatrice… Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d’Italia non è l’unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l’annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c’è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più.

Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev’essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l’approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. “E’ antisindacale”, tuonò con involontario umorismo l’ex capo cislino Sergio D’Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura. “E’ il sindacato che detta tempi e modalità”, titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale ‘Sole 24 Ore’, all’indomani dell’accordo sullo scalone pensionistico. 

 

Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. “Il giro d’affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire”, sparò nell’ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, “e il nostro è un calcolo al ribasso”. Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d’Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant’altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell’ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.

Il sostituto d’incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil (“I tre porcellini”, come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D’Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l’1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all’anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell’Inps, parla di almeno un miliardo l’anno. Secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell’esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s’intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l’Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l’ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato prere contrario. E l’emendamento è colato a picco.

 

Lo strapotere dei Caf
I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli enti previdenziali. Solo l’Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci. Anche in questo caso, secondo i conti che ‘L’espresso’ ha potuto esaminare, la fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme un’altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo. Nel 2005, sotto l’incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea ha inviato all’Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull’argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto. 

 

Intoccabili patronati
Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati, le strutture (quelle convenzionate con l’Inps sono 25) che assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall’Africa al Nordamerica passando per l’Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente anche nell’indirizzare il voto degli italiani all’estero. Nel 2000 i radicali hanno lanciato l’ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l’armata berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale. I patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: “Con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni”, sostiene Cazzola. Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per l’ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l’assegno le ha sempre curate l’amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo l’Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, l’Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l’Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l’Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro.

 

Il casoLa Casta rivuole i suoi soldi

 

Con un tempismo perfetto e al grido di ‘Ridateci gli stipendi tagliati ingiustamente’ un gruppo di consiglieri pugliesi ha chiesto la restituzione delle somme decurtate nella scorsa legislatura: una cifra che si aggira intorno ai cinque milioni di euro

 

, spiega come non arrendersi al sondino di Stato

 

 Forza lavoro gratuita

 

E’ quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché, i premi di produttività e i buoni pasto. Oggi i dipendenti statali dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell’intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no.

Business formazione
Dall’Europa piove ogni anno sull’Italia circa un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700 milioni dell’ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s’è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l’osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil.

Casa mia, casa mia
L’assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull’immenso patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell’epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria. “Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma”, afferma l’amministratore della Cgil, “deve trattarsi di una cifra davvero impressionante”. La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l’unica che ha concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro.

Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. “Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti”, ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.

 

Fini, D’Alema e Di Pietro: ecco i pensionati d’oro

 

Trombati sì, ma su una montagna d’oro. Mentre da una parte lo Stato tira per il collo le piccole e medie imprese e se ne infischia di saldare i debiti contratti con artigiani e aziende, dall’altra si affretta a versare liquidazioni a sei zeri agli ex onorevoli che alle ultime elezioni sono stati buttati fuori dal parlamento.

 

 

 

E, mentre decine di migliaia di esodati vedranno la pensione solo col binocolo, ecco che gli stessi politici silurati si apprestano a ricevere, ogni mese, un lauto vitalizio che gli permetterà di trascorrere una vecchiaia da pascià.

 

Che fine ha fatto il “trombato” per eccellenza delle ultime elezioni? Pare cheGianfranco Fini non se la passi poi così male. Pare che nei giorni scorsi a Enrico Nan, parlamentare di due legislature fa e avvocato ligure, abbia detto: “Cerchiamo di trovare una stanza gratis dove ci mettiamo un computer per far qualcosa”. L’ex presidente della Camera è, finalmente, in pensione: ha già affondato abbastanza partiti e voltato le spalle a troppi elettori. Incassati 148mila voti (0,46% alla Camera), potrà dedicarsi ai suoi hobby (magari alle immersioni in quel di Giannutri) senza la minima preoccupazione di dover sbarcare il lunario. Potrà farlo anche grazie alla “paccata” di soldi che gli saranno versati dallo Stato: nelle prossime settimane porterà, infatti, a casa un assegno di fine mandato da 250mila euro netti. Tutto qui? Macchè. Dopo una lunga vita “spesa” a far politica, l’ex leader di An potrà contare su un vitalizio di 6mila euro circa al mese. “Dopo soli trent’anni Fini lascia il Parlamento e quindi mandiamo un saluto a lui e a tutto il suo club di gentiluomini – lo aveva salutato nei giorni scorsi Silvio Berlusconi dal palco di piazza del Popolo – non credo che a Montecarlo se la passi così male”.

 

Il leader di Futuro e Libertà non è certo l’unico “trombato” d’oro. La lista è davvero lunga. Le amministrazioni di Montecitorio e Palazzo Madama stanno infatti calcolando le somme che devono essere erogate entro un mese dalla cessazione del mandato. E, mentre le Camere sono piene zeppe di furbetti dal doppio incarico che continuano a procrastinare la scelta della poltrona su cui sedere (leggi l’articolo), i parlamentari di lungo corso lasciano la cadrega sempre e comunque a spese nostre. Per un importo complessivo di circa 3 milioni di euro. Se Fini è senza dubbio il Paperone dei “trombati”, non fa tanto peggio Massimo D’Alema che, eletto per la prima volta nel 1987 quando partiva la decima legislatura, incasserà una liquidazione da 217mila euro. E, proprio, come l’ex presidente della Camera, potrà contare di un super vitalizio da 6mila euro al mese. La stessa liquidazione toccherà anche alla democratica Livia Turco e al pdl Domenico Nenia. Come ricorda Avvenire, i politici possono contare dell’assegno di reinserimento o di fine mandato, “concepito a suo tempo per aiutare i politici che, dopo un’esperienza più o meno lunga in parlamento, potevano incontrare difficoltà nel tornare a svolgere un lavoro comune”. Si tratta, grosso modo, dell’80% dell’indennità mensile: quindi circa 8mila euro circa per ogni anno di permamenenza in parlamento. Una bella cifra finanziata al 100% da una trattenuta versata, ogni mese, a un Fondo di solidarietà (784 euro per i deputati e 695 euro per i senatori).

 

Tra i futuristi Fini non è l’unico a dover ringraziare le casse opulte dello Stato. Italo Bocchino lascia il parlamento con un assegno di fine mandato da 141mila euro.Antonio Di Pietro, che potrebbe far ritorno alla sua Montenero di Bisaccia, non è certo la prima volta che è costretto a fare valigie e schiodarsi dala parlamento. Proprio per questo, dovrà accontentarsi di un buono uscita da 58mila euro netti: la prima gli era già stata versata, tempo fa. Non solo. Come faceva sapere qualche settimana fa Libero(leggi l’articolo), anche l’ex pm di Mani pulite potrà godere di una “pensioncina” da 4300 euro al mese. Non se la passa male nemmeno l’80enne Franco Marini che incasserà una liquidazione da 174mila euro e potrà contare su una pensione da 5.300 euro al mese. E ancora: il pdl Gianfranco Micciché se ne va con 158mila euro, l’UdcFernando Adornato con 141mila euro e Francesco Rutelli con 100mila euro.Beppe Pisanu, che nel 1992 aveva già incassato una prima buona uscita, si porta a casa 157mila euro. Insomma, tutta gente che potrà dormire sonni tranquilli.

 

BARACCONE COSTOSO

 

Il Pd ci costa 60 milioni all’anno Ecco perché Bersani vuole i rimborsi I dem hanno paura di fallire In via del Nazareno c’è panico. Abolire il finanziamento pubblico significa game-over. Il 95 per cento delle entrate del partito viene da soldi pubblici. Ma Grillo e il Cav sono pronti a tagliare le spese   
 

 

Il Pd e con lui Pier Luigi Bersani non vogliono l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Questo è fin troppo chiaro. Tra gli otto punti che il segretario ha messo sul piatto delMovimento Cinque Stelle manca proprio quello a cui tengono di più i grillini. Bersani aveva detto pochi giorni dopo il voto: “La politica una qualche forma di sostegno pubblico debba averlo, anche fosse per un solo euro non sono disposto a rinunciare al principio che da Clistene in poi è un principio collegato alla democrazia: la politica deve avere una qualche forma di sostegno pubblico, altrimenti la fanno solo i miliardari“. La posizione di Bersani a proposito è chiara. Sono più vicini su questo binario Pdl e Movimento Cinque Stelle. Anche gli azzurri hanno nel loro programma l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Perchè Bersani non vuole mollare i rimborsi elettorali?

Quanto costa il Pd – La risposta è semplice: il Pd senza quesi soldi rischia di fallire. La struttura di via del Nazareno è un pachiderma costosissimo. Sul libro-paga ci sono almeno 200 dipendenti. Giovani e soprattutto meno giovani. L’ultimo caso è quello di Livia Turco che è stata “riassunta” dal Pd dopo una lunga aspettativa cominciata ai tempi dei Ds. Dopo le polemiche per il suo compenso la Turco ha rinunciato ad uno stpendio. Ma gli altri no. Non è solo la Turco ad essere stata reintegrata tra i corridoi di via del Nazareno. Con lei sono tornati due parlamentari in aspettativa dalla vecchia Margherita, Alberto Losacco e Nicodemo Oliverio, e sette dai Ds tra cui Gianni Cuperlo, Oriano Giovannelli, Walter Verini, Vinicio Peluffo. Per questi bisognerà rimettere le mani al portafoglio. 

Stipendi per tutti –
 E i soldi per pagare gli stipendi sono quelli dei rimborsi elettorali. Per queste ultime elzioni nelle casse del Pd arriveranno ben 45 milioni di euro. Il Pd sa che senza quei soldi può dichiarare fallimento. Pagare 200 dipendenti non è facile. E gli stipendi non sono poi così bassi. Sul sito del Pd la situazione è chiara. I democratici tengono la baracca in piedi solo con quei soldi. Le cifre sono queste. Il Pd nel 2011 a bilancio ha un capitale di 63.554.452milioni di euro. Di questi 57.974.142 milioni di euro sono rimborsi elettorali. In pratica il 95 per cento del totale. Sono solo 458.390 mila euro i soldi che provengono da donazioni private. Non dimentichiamo poi i 5.121.920 milioni di euro con i contributi dei parlamentari. 

Ecco come spendono i dem 
– Ma il Pd come spende questi soldi? In via del Nazareno si apre la cassa soprattutto per la propaganda. Ben16.312.665 milioni di euro se ne vanno in attività da campagna elettorale. Occhio a questo numero: 13.540.857 milioni di euro. Tanto costa mantenere le strutture del partito. A questi vanno aggiunti altri 12.820.236 milioni che servono proprio per il personale. Non bisogna sottovalutare poi i 9.186.323 milioni di euro che servono per “servizi e acquisto di beni”. Infine Bersani&co. spendono 3.119.706 milioni per il godimento di beni terzi e 5.041.757 per altri oneri. In totale il Pd spende in media all’anno 60 milioni di euro. Se a questo giro entreranno nelle casse 45 milioni di euro come fa Bersani ad abolire il finanziamento ai partiti? Mica si può far crollare la baracca. I conti per il Pd tornano sempre. Come nel 2008. In quell’anno nelle tasche dei partiti finirono circa 500 milioni di euro di rimborsi. Ne furono spesi solo 100. Il resto? Mancia. E in casa Dem già sono preoccupati. Se Grillo fa sul serio al Pd non resterà neppure “il tetto su cui mettere i tacchini”

 

 

 

    DAL FATTO QUOTIDIANO ONLINE

 

    1. Fondi per l’editoria, in dieci anni truffe per 110 milioni di euro Sono sei i parlamentari coinvolti dal 2003 ad oggi in inchieste su illeciti amministrativi e concorso in truffa per ottenere contributi statali per il proprio giornale. Denis Verdini, Massimo Parisi, Sergio De Gregorio, Antonio Angelucci, Giuseppe Ciarrapico. E, ultimo, Italo Bocchino di Fli. Tra proprietà occulte e regole aggirate, più di 100 milioni di euro sarebbero illecitamente usciti dalle casse della presidenza del Consiglio di Patrizia De Rubertis | 20 novembre 2012Commenti (589)    

      110 milioni indebitamente percepiti dal fondo per l’editoria dal  2003, sei parlamentari/editori coinvolti in inchieste su illeciti amministrativi e concorso in truffa per ottenere contributi statali per il proprio giornale. Si tratta del coordinatore del Pdl Denis Verdini per il Giornale di Toscana in cui si inserisce anche l’on. Massimo Parisi, coordinatore del Pdl toscano; Sergio De Gregorio(senatore Pdl) per il quotidiano Avanti; il senatore Pdl Giuseppe Ciarrapico per diversi quotidiani locali in Ciociaria; Antonio Angelucci (deputato Pdl), imprenditore del settore delle cliniche private ed editore di due giornali finanziati dallo Stato: Libero e – fino al 2011 – il Riformista. Ultimo, ma solo in ordine di tempo, Italo Bocchino per Il Roma, quotidiano partenopeo che da un paio di mesi naviga in cattive acque con i suoi i giornalisti che non ricevono lo stipendio.

      Partiamo da quest’ultimo. Dopo l’indagine condotta dal Nucleo Speciale per la Radiodiffusione e l’Editoria, la Guardia di Finanza ha sequestrato 2,5 milioni di euro di contributi pubblici destinati aIl Roma, nonché le quote societarie di cinque imprese e un immobile per il valore complessivo di altri 2,5 milioni di euro. I fondi non erano ancora stati erogati, ma due cooperative che editano il quotidiano (oggi diretto da Antonio Sasso) avrebbero tentato di aggirare la normativa sull’editoria che prevede che a beneficiare dei finanziamenti pubblici all’editoria possa essere una sola testata per editore. Tanto che sulla vicenda era già intervenuta nel 2011 l’Agcom (l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) sanzionando Il Roma per centomila euro.

      Una decisione che la scorsa settimana era stata ricordata in tutt’altro modo dallo stesso Bocchino. Durante “In Onda” su La7, in un acceso dibattito con il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, l’esponente di Fli aveva, infatti, spiegato che Il Roma sarebbe finito nel mirino dell’Authority solo perché voce antiberlusconiana e che “non c’era nessun blocco dei contributi”. Motivazione politica più o meno plausibile che porta comunque a definire “quisquilie” questi importi, visto che tutte le truffe organizzate per il conseguimento di erogazioni pubbliche hanno portato nelle casse dei politici/editori oltre 110 milioni di euro dal 2003 al 2009.

      I conti sono fatti. Lo scorso 10 ottobre la Corte di Cassazione ha confermato il sequestro di10.892.000 euro disposto dalla magistratura fiorentina nell’ambito dell’inchiesta nella quale è coinvolto Verdini, a capo – dice l’accusa – di una finta cooperativa che aveva acquistato il 51% di una società editoriale. Un modo ingegnoso, ma illegale secondo i magistrati, per truffare lo Stato e intascare ogni anno finanziamenti pubblici. Il ricorso presentato da Verdini per il dissequestro è stato dichiarato inammissibile dalla Suprema Corte che ha, invece, ritenuto il coordinatore del Pdl “il reale socio di maggioranza delle due società create per chiedere alla Presidenza del Consiglio di usufruire dei fondi previsti dalla legge 62 del 2001 (ndr, la Legge sull’editoria)”. Ma in base all’inchiesta, condotta dal 2002 e fino al gennaio 2010, la “Ste” (editrice de “Il Giornale della Toscana”, distribuito in abbinamento con “Il Giornale”) avrebbe ricevuto in totale oltre 17 milioni di euro di fondi pubblici a cui non aveva diritto di accedere.

      Tra gli inquisiti è finito anche un altro politico: il parlamentare Massimo Parisi, coordinatore del Pdl toscano che, insieme ad altre tre persone, ha fatto aprire un altro filone dell’inchiesta: si tratta sempre di finanziamenti pubblici illegali che sarebbero andati a beneficio del settimanale fiorentinoMetropoli.

      Stessa musica con qualche nota diversa per De Gregorio. La scorsa settimana la Guardia di Finanza di Napoli ha sequestrato due appartamenti a Napoli e in provincia di Caserta, intestati o comunque nella disponibilità del senatore del Pdl e di sua moglie. Il provvedimento è relativo a somme indebitamente percepite tra il 1997 e il 2009 attraverso la società “International Press” per il quotidiano Avanti. L’accusa è chiara: associazione per delinquere finalizzata alla commissione della truffa aggravata nei confronti dello Stato, al trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori, all’emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, alla violazione della legge fallimentare. Si tratta della nota vicenda che ha portato all’arresto del direttore del giornale Valter Lavitola (imprenditore/faccendiere legato a Silvio Berlusconi) che nei giorni scorsi ha patteggiato la pena a tre anni e otto mesi di reclusione. Il giornalista editore è tuttora in carcere, coinvolto anche in altri filoni d’inchiesta aperti dalla Procura di Napoli.

      C’è poi il caso di Antonio Angelucci, ritenuto proprietario “occulto” di due testate che ricevevano finanziamenti pubblici: Libero e il Riformista, ormai chiuso dopo l’ultima direzione di Emanuele Macaluso. Dopo una lunga battaglia legale il Consiglio di Stato ha, infatti, bloccato all’imprenditore34 milioni di euro percepiti dal 2006 al 2010. Anche in questo caso l’Agcom ha scoperto che Angelucci era contemporaneamente proprietario di due testate per le quali otteneva fondi pubblici.

      Infine la vicenda che riguarda l’altro politico ed editore: Ciarrapico. Già al centro di altre indagini giuidiziarie, è stato rinviato a giudizio assieme al figlio Tullio e ad altre dieci persone per avere organizzato e partecipato ad una maxitruffa da oltre 30 milioni di euro al fine di ottenere indebitamente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri i contributi per l’editoria. Il giudice ha però dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione in relazione ai fatti avvenuti tra il 2002 e il 2003 (le contestazioni arrivano fino al gennaio 2010), nonché nei confronti della società “Nuova Editoriale Oggi” (reato prescritto) e della “Editoriale Ciociaria Oggi srl” (società fallita). Inoltre, già nel maggio 2010, nell’ambito della stessa indagine, furono sequestrati al senatore beni e immobili per 20 milioni di euro. 

 

Gabriele Cervi Cari amici, tutti parlano di onestà e di rinnovamento sciacquandosi la bocca con frasi fatte per poi non cambiare nulla. Questo gruppo che ho fondato su facebook: riformiamo i partiti e in sindacati ha trovato importanti sostenitori come :il dott. Imposimato, il Prof. Alberoni, on. Claudio Fava, Luigi Berlinguer, ecc. Ora per passare dalle parole ai fatti, ho lanciato una petizione per rinnovare i partiti e i sindacati. Lasciamo per una volta fuori dalla porta gli interessi individuali , di partito e del sindacato.. Abbiamo inoltre bisogno di formare nuove coscienze .. Coraggio amici se leggendo la petizione la troverete interessante e fattiva vi esorto a sottoscriverla e a fare un passa parola visto che i nostri mezzi economici sono mediocri. IL passa parola non costa nulla. Grazie perla vostra attenzione. Gabriele
https://www.change.org/it/petizioni/firmiamo-la-petizione…



SU QUESTO BLOG SENZA SCOPO DI LUCRO,  RIVERSO IN ANTEPRIMA IL CONTENUTO DELLA PETIZIONE CHE TROVERAI CLICCANDO LA  FOTO:.            FIRMIAMO LA PETIZIONE ONLINE INDIRIZZATA AL PARLAMENTO PER DARE DIGNITA', ONESTA' E LEGALITA' AI PARTITI E AI SINDACATI

CARO OCCASIONALE LETTORE TI INVITO INOLTRE A GUARDARE I VIDEO CHE ALLA FINE DEI VARI SCRITTI HO RIVERSATO, PERCHE’ TU POSSA FARTI UNA TUA PERSONALE ED AUTONOMA IDEA. SE POI TROVERAI CHE  LA PETIZIONE POSSA ESSERE UTILE PER IL BENE COLLETTIVO.. TI INVITO A SOTTOSCRIVERLA. 

GRAZIE GABRIELE


SINDACATI E PARTITI DONATE LE VOSTRE RICCHEZZE AL PAESE PER AIUTARE I CASSAINTEGRATI E I POVERI…ultima modifica: 2013-04-16T16:38:00+00:00da mobbing21
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